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venerdì 26 settembre 2014

La Magna Grecia nel linguaggio metafisico di Cosimo Fornaro raccontandolo nel Novecento italiano

di Pierfranco  Bruni

Sabato 27 settembre raccontando Cosimo Fornaro non dimenticando il senso e l’orizzonte della poesia. Taranto è stata Magna Grecia e Cosimo Fornaro è nel teatro del mito e della metafisica di ciò che la Magna Grecia ha raccontato recitato vissuto. Così. Il mistero nel viaggio di Cosimo Fornaro (Taranto, 1928 – 1992), attraversa i vicoli del tempo. È una poesia sottile, “arcana”. Si snocciola tra le dita dei giorni. Non offre (e non rivela) soltanto emozioni. È una parola-preghiera. E si fa contemplazione. Un itinerario che lega il Ricordo al Tempo. Ci sono i luoghi, i sogni, le attese. Ci sono i segni di quel tempo antico che è sì passato ma è anche la consapevolezza di una parola che si fa religione. Un dettato religioso sulla pagina della vita-tempo.

In Fornaro non c’è soltanto la poesia in versi. C’è la poesia di Luogovivo, di Emiliana e l’handicap, di Nella vita con Maria. C’è la poesia nel viaggio che resta perché è un viaggio che cerca il ritorno. Sempre si cerca il ritorno. E Cosimo Fornaro nel suo viaggio, tra i suoi silenzi, tra le sue parole non fa altro che cercare il ritorno.
In una sua poesia dal titolo “Gli altri vanno” c’è un verso che caratterizza il suo andare tra i silenzi e le voci:
“…ci spetta sempre il ritorno…”.
C’è Luogovivo che è incentrato su questa problematica che si risolve nel cercare nell’identità del ritorno il senso della vita. Un ritorno all’infanzia, un ritorno a ciò che si è stati ma è soprattutto un ritorno all’uomo. La parola così si veste anche di mistero.
Mistero e fascino tra le pieghe delle attese. Un itinerario. Ma soprattutto il tracciato sul quale, come si diceva, l’uomo ritrova se stesso. Ritrova il mistero dunque in un andare e venire tra vita morte vita. Così: “…non si finisce mai di morire e di rinascere col nuovo giorno fino all’ultimo giorno”.
E ci sono attese. Lunghe attese che chiedono di essere ascoltate dal silenzio. Ci sono malinconie. Grandi malinconie che si vestono di innocenza. E poi c’è il viaggio nel tempo. “Luogovivo” è una continua magia che chiede alla parola di restare magia. Chiede alla parola di ritrovarsi tra le intermittenze e la vita. In questo libro (è un diario che si scopre tra le pause) c’è il paese e c’è l’infanzia. C’è la musica dei giorni. I segni i simboli il mito sono Magna Grecia.   
C’è quel dolore che soltanto lo scrittore vero riesce a trasferire sulla pagina. C’è questa magia-suono che si interroga: “Noi cresciamo, come gli alberi, sulle nostre radici, che ci portiamo dentro. Come queste querce nere, immobili, nella notte estiva. E ci innalziamo sull’orizzonte dei ricordi. E i ricordi balenano, improvvisamente, specie di notte. Si pensa che la notte sia solitudine, silenzio, mistero. Niente di più falso.
“I ricordi ti assalgono, di notte, con immagini che ritenevi sepolte per sempre, invece, ti appaiono più nitide di allora, quando eri protagonista attivo. E soffri, e gioisci, come allora, forse anche di più”. La vita è nel rincorrere i segni del tempo. È cercarsi nel tempo. Tra i rigagnoli della nostra esistenza. E ci troviamo nel ricordo.
“Il ricordo è una conchiglia…”. Ci dice Fornaro. Si ascolta la Magna Grecia.
Si ascoltano gli echi. Si ascolta con pazienza l’incisivo battere. Si aspettano gli odori. La conchiglia è il fascino e il mistero del nostro tempo. Del nostro tempo perduto. Del tempo che abbiamo da recuperare. Del tempo che ci perde. Del tempo che ci cerca.
Solo così non dimenticandoci e non dimenticando la sacralità del tempo “…ritroveremo il senso di noi stessi. E della nostra storia”. Perché è vero: “L’uomo si costruisce su se stesso, sulla sua storia, sulle sue radici”. E il senso rimane sempre lo stesso. C’è il ritorno. Il verso citato all’inizio qui ritrova la sua compostezza e la sua unitarietà. Ecco: “Chi parte pensando al ritorno vive meglio il mistero della scoperta”.
È appunto una scoperta. Nel mistero. La poesia lungo la strada del mistero. Nel di dentro del Mistero. Nelle gocce della sera che cercano il giorno. Nell’andare per tornare. È una poetica. Ma non c’è costruzione. L’uomo si cerca ma cerca soprattutto il sentimento. Il grande sentimento che si fa avventura: “ Si, nella vita, si sente, a un certo momento, la voce del ritorno. A chi è e a che cosa, si capisce a poco a poco. Ma si sente che bisogna ritornare”.
Luogovivo non è una metafora soltanto. È il tempo che si frammenta e ritrova se stesso. Al di là del racconto. Emiliana e l’handicap costituisce un polo temetico essenziale certamente ma il filo lirico ha anche una sicura rilevanza, la parola si fa magia. Mai negazione, mai descrizione, mai duplicazione del reale. La parola vestita di mistero regala anima e magia. C’è il diario. La forza del diario.
Emiliana diventa ansia e attesa. È il filo che lega la poesia alla vita.
Una religiosità profonda che ci parla. Un’ansia che si fa preghiera. E la preghiera è nella vita. Cosa ci resta? Abbiamo dimenticato il nostro essere, la nostra partecipazione, il nostro rincontrarci tra le nebbie e la notte. Abbiamo dimenticato la nostra solitudine (le nostre solitudini), il nostro viaggio, i nostri paesi. Abbiamo bisogno di ritrovarci nella preghiera.
Così Nella vita con Maria: “Forse è vero: l’uomo d’oggi non sa parlare, perché non sa più pregare. “E per riappropriarsi della parola, deve riprendere a pregare. L’uomo antico pregava. Anche Gesù pregava, ed era Dio…”.
La preghiera è parola genuina, creativa come la poesia. Ecco perché la poesia è la preghiera del laico. Nella preghiera rinasce la parola, e rinasce l’uomo. Se l’uomo ritornerà a pregare, si salverà. Lo raccomandi sempre, tu, alle anime semplici, come messaggio di salvezza, per noi”. Quel “tu” è Maria. Maria che ci accompagna. Maria che ci dà il perdono. E l’itinerario potrebbe proseguire. Un itinerario sicuro.
Cosimo Fornaro. Tre libri nei quali la vita incontra il mistero e il tempo, la salvezza e la rivelazione. Tre libri nei quali il tempo cerca il ritorno.
In Pensieri sottovoce il diario resta frammento. In Boscimano i paesaggi, le tinte, le emozioni si ricuciono tra le ragnatele dei ricordi. Troviamo il mito che disegna sofferenze e si ricongiunge al viaggio.
In Cosimo Fornaro che con “Nella vita con Maria” tocca con molta incisività il tempo del mistero ci sono diversi punti di riferimento.
La lettura è complessa. È uno scrittore che resta. Nelle sue individuazioni la perdita si fa riconquista, lo smarrimento è capire il labirinto. C’è il ritorno. E la parola è preghiera. I testi qui citati sono una indicazione precisa. Lo scrittore si fa diario. E nel diario la contemplazione è il segno che salva. Abbiamo bisogno di salvezza perché abbiamo bisogno di riconquistare il cuore dell’uomo.

Questo discorso si pone con molta forza in Costellazione Dante. Qui la pagina critica si incontra con un tessuto poetico vivo, forte, sicuro. Fornaro fa della poesia un viaggio. Un viaggio alla ricerca della parola e del segno che sono modello in un cui la metafisica dell’uomo diventa un religioso cammino.

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